Grazie alle linee complete di imbottigliamento offerte da Comac puoi avere un impianto progettato su misura, pronto a soddisfare ogni tua esigenza.

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Avere a disposizione una linea completa di imbottigliamento completamente automatica può fare davvero la differenza durante il processo di produzione.

In base al tipo di prodotto da imbottigliare e alle dimensioni del reparto di confezionamento, Comac è in grado di offrire un impianto su misura che possa soddisfare ogni specifica esigenza.

A partire dalle differenti esigenze produttive, le linee complete Comac per l’imbottigliamento possono essere raggruppate in tre grandi famiglie:

Oltre all’imbottigliamento delle bottiglie in vetro dalle forme più classiche, questi impianti sono pensati anche per il confezionamento in bottiglie di forme diverse e sono in grado di imbottigliare bevande sia alcoliche che analcoliche. 

 

Linee complete di imbottigliamento fino a 8.000 bottiglie/ora

Questi impianti sono progettati per imbottigliare fino a 8.000 bottiglie l’ora eseguire in modo automatico le fasi di risciacquo, riempimento e tappatura delle bottiglie. Inoltre, possono essere completati con sistemi di trasporto e macchine accessorie in base alle richieste dei clienti e agli spazi a disposizione per l’installazione.

SAGITTA 12-12-1 P: Modello di imbottigliatrice isobarica
per produzioni fino a 3000 bottiglie l’ora.

 

 

 

Linee complete di imbottigliamento fino a 12.000 bottiglie/ora

Questa tipologia di impianti è in grado di imbottigliare fino a 12.000 bottiglie l’ora e viene progettata e realizzata in collaborazione col Gruppo CFT. La tecnologia e i componenti utilizzati per realizzare le linee di imbottigliamento permettono di ottenere impianti ad alta produttività.

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Linee complete di imbottigliamento oltre a 12.000 bottiglie/ora

Anche questa tipologia di impianti è stata progettata e realizzata in collaborazione col Gruppo CFT. Queste linee complete di imbottigliamento sono progettate per svolgere ogni fase del processo produttivo in modo completamente automatico, partendo dal ciclo di risciacquo fino alla tappatura delle bottiglie.

Si tratta di linee complete di imbottigliamento con rendimenti oltre le 12000 bottiglie/ora, pensate quindi per le grandi produzioni,in grado di soddisfare le più elevate esigenze qualitative.

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Comac sarà il tuo unico punto di riferimento durante tutte le fasi, dalla progettazione fino all’installazione in azienda.

Il settore dei microbirrifici è da tempo uno dei segmenti più interessanti del settore della birra e Comac, sempre attenta alle tendenze di mercato, vi dedica da tempo una speciale attenzione. Scopri i nostri impianti, pensati per essere installati “chiavi in mano” nei birrifici di piccole e medie dimensioni.

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Produrre birra è un’attività che negli ultimi anni si è diffusa enormemente, coinvolgendo migliaia di mastri birrai e semplici appassionati in tutto il mondo.

Desideri anche tu aprire un microbirrificio, o rinnovare il parco macchine della tua attività? Con Comac avrai la certezza di avere un impianto che tratti la tua birra con la massima cura.

Gli impianti Comac pensati per i microbirrifici

Le macchine della linea Craft Breweries, semiautomatiche e automatiche, sono adatte a fusti, bottiglie in vetro e lattine. Vediamoli insieme nel dettaglio.

Impianti per bottiglie in vetro (fino a 5000 BPH) 

Tutti gli impianti di imbottigliamento birra sono dotati di un sistema di risciacquo con pinze meccaniche, uno di riempimento con valvole isobariche elettropneumatiche e uno di tappatura. Sono installati su un’unica struttura di supporto dotata di protezioni perimetrali in acciaio inox.

 

 

 

Impianti per lattine (fino a 6000 CPH) 

Dotati di un sistema di riempimento con valvole isobariche elettropneumatiche (o a gravità nel caso della SmartCan 8-1) e uno di aggraffatura, anche gli impianti per lattine sono installati su un’unica struttura di supporto dotata di protezioni perimetrali in acciaio inox.

 

 

 

 

Impianti per fusti (fino a 40 KPH) 

Con una o due teste di trattamento, gli impianti per fusti eseguono sia le fasi di lavaggio, sia quelle di riempimento.

 

 

 

 

 

 

 

Qualsiasi tipo di impianto tu scelga, se ne hai bisogno possiamo incaricarci noi del montaggio e garantirti un’installazione chiavi in mano che ti sollevi da qualsiasi ulteriore incarico o preoccupazione.

Una volta terminata l’installazione continuerai a dormire sonni tranquilli, perché tutte le macchine Comac sono coperte dall’assistenza tecnica 24 ore su 24, dal lunedì al sabato.

Perché i microbirrifici scelgono i nostri impianti

La produzione della birra artigianale è un’arte. Comac mette tutto il suo impegno e la sua competenza per far sì che ogni birra imbottigliata, infustata o messa in lattina sia un piccolo gioiello.

Da oltre trent’anni facciamo in modo che il tuo prodotto sia esattamente come lo desideri, mettendo a disposizione i macchinari perfetti per il tuo microbirrificio.

Perché scegliere Comac? Ecco alcuni punti di forza che fanno la differenza:

  • la possibilità di adattamento agli spazi e agli altri macchinari esistenti;
  • la qualità della birra che rimane intatta durante il confezionamento;
  • una riduzione notevole degli sprechi di prodotto;
  • materiali di alta qualità con cui vengono realizzati.

Affidati a un’azienda altamente competente, vicina ai desideri dei suoi clienti.

birra artigianale

Sembra incredibile visto il successo delle birre artigianali nell’ultimo decennio, ma questo fenomeno, in Italia, è stato regolamentato per legge solo da pochi mesi.

Cerchiamo di spiegarci meglio: fino a febbraio di quest’anno, la legge distingueva i vari tipi di birra secondo i criteri stabiliti da una norma che risaliva al 1962 e che prendeva in considerazione il livello di grado Plato (livello zuccherino del mosto prima della fermentazione). La classificazione, quindi, divideva la bevanda in cinque categorie – birra analcolica, light, normale (o “birra” senza specificazioni), speciale e doppio malto. Ma non c’erano indicazioni sul contenuto della birra.

Su proposta di Giuseppe Collesi, presidente della Fabbrica della Birra Tenute Collesi e portavoce di tante altre piccole realtà, ora la situazione è cambiata dopo ben 54 anni.

Lo scorso febbraio, infatti, Camera e Senato hanno approvato un emendamento al decreto legge C 3119 in materia di semplificazione e sicurezza agroalimentare, che contiene, finalmente, una vera definizione di birra artigianale:

Si definisce birra artigianale la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e microfiltrazione. Ai fini del presente comma si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza e la cui produzione annua non superi i 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di prodotto per conto terzi”.

Di fatto, quindi, la nuova legge impone un limite di produzione annua, vieta processi come pastorizzazione microfiltrazione e tutela l’indipendenza dai gruppi industriali per chi produce birra artigianale.

E voi? Cosa vi aspettate quando scegliete di bere una birra artigianale?

Solo 8 giorni a Seoul e, per di più, per lavoro, non sono assolutamente sufficienti per poter dare un giudizio su una delle più popolate metropoli del pianeta, dove la numerosa presenza di bar e caffè sta a testimoniare il processo di socializzazione nello stile di vita coreano: però, qualche cosa sulla birra coreana siamo in grado di raccontarvelo.

 

Breve storia della birra in Corea del Sud

La birra è una bevanda molto comune in Corea anche se deve competere con l’assolutamente più diffuso Soju, un distillato di riso che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, risulta essere la bevanda alcolica più venduta al mondo.

La birra è stata introdotta in Corea nel 20esimo secolo: la prima fabbrica di birra di Seoul è stata aperta nel 1908.

Hite e Oriental Brewery (OB), le due principali fabbriche di birra coreane risalgono al 1920, la terza, Jinro Coors Brewery, è stata fondata nel 1990, ma fu poi acquisita da Hite.

 

Il mercato della birra coreano è attualmente dominato da due grandi aziende, Hite-Jinro OB, che si propongono sul mercato locale con diversi marchi. La maggior parte dei ristoranti e bar hanno solo una di queste birre alla spina, in quanto sono in gran parte considerate simili nel gusto e nel prezzo e sono per lo più prodotte con malto di riso.

 

Solo due sono prodotte con malto d’orzo: la Max (Hite) e la OB Golden Lager (OB). Le birre straniere sono disponibili, ma sono generalmente costose.

 

Nel 2011 la legge sulla produzione di ettolitri di birra è cambiata a favore dei piccoli produttori che fino a quel momento non erano autorizzati a mettere sul mercato i loro prodotti: ecco che, infatti, recentemente, alcuni microbirrifici hanno fatto la loro comparsa ed il fenomeno dei microbirrifici sta dando forti segnali di crescita non solo nella vasta zona di Seoul, ma in tutta la penisola coreana.

 

Al momento, una della Craft Brewery più conosciuta è la Craftworks Taphouse and Bistro, che ha il suo quartier generale a Seoul, in una zona molto vicina ad una base militare Americana: posizione strategica per la presenza di stranieri che amano deliziarsi con birre artigianali. Si tratta del primo microbirrificio coreano realizzato da una coppia di amici canadesi che hanno colto l’occasione non appena la legge è cambiata e, ad oggi, non solo producono birra, ma, in Seoul, hanno 3 locali ben avviati con pub e ristorante annesso.

 

Un’altra, interamente gestita da Coreani, è la 7BRAU che vanta un buon numero di seguaci nonché di un pub in Seoul molto frequentato fino a tarda notte.

 

Forse pochi sanno che in Corea la birra è una bevanda molto apprezzata dal pubblico femminile, anche giovane, che ama molto trascorrere le serate chiacchierando con le amiche e bevendo bionde, ales, ipa, larger…

 

E voi avete assaggiato qualche birra coreana? Che cosa ne pensate?

Ogni anno migliaia di operatori del settore della birra a livello internazionale non perdono questo appuntamento che non è solo un momento di business ma anche di conoscenza, scambi di opinioni e di esperienze, e nascita anche di nuove ed interessanti collaborazioni fra i diversi mastri birrai.

Craft brewers conference 2014

21 anni fa, in una piccola sala conferenze, priva di finestre, presso un hotel americano poco famoso, 40 produttori di birra artigianale si diedero appuntamento per discutere di birra.

La conviviale riunione durò per due intere giornate: fu un’occasione importante, e ripetibile, per i piccoli 40 produttori che ebbero la possibilità di confrontarsi, scambiarsi opinioni e suggerimenti e trovare nuove soluzioni per poter sopravvivere ai grandi birrifici industriali.

Questo meeting venne organizzato annualmente in diverse città degli Stai Uniti per non penalizzare nessuno e si data al 1997 il primo evento ufficialmente denominato Craft Brewers Conference: quell’anno la città era Seattle.

Da allora, ogni anno migliaia di operatori del settore della birra a livello internazionale non perdono questo appuntamento che non è solo un momento di business ma anche di conoscenza, scambi di opinioni e di esperienze, e nascita anche di nuove ed interessanti collaborazioni fra i diversi mastri birrai.

La stampa specializzata si intrufola nei diversi stand per carpire le nuove tendenze in materia di prodotti e di tecnologie.

Mastri birrai di tutto il mondo, che talvolta si conoscono solo per fama, hanno l’opportunità di sedersi allo stesso tavolo per prendere parte ai numerosi seminari e conferenze in programma.

Per operatori nel settore dell’imbottigliamento, come COMAC, è un’importante opportunità per sviluppare nuove macchine che rispondano alle diverse esigenze di vecchi e nuovi clienti.

Per tutta la durata dell’evento vengono organizzati anche dei brewery tours, visite guidate ai vari birrifici che sorgono nelle vicinanze della città che ospita la manifestazione e quest’anno sarà la volta di Denver. Infatti verranno visitati ben 6 birrifici che utilizzano i nostri impianti: New Belgium Brewing Company, Odell Brewing Company, Coors Brewing Company, Oskar Blues Brewery, Avery Brewing Co., Upslope Brewing Co.

Sono passati tanti anni e tante città: Comac sarà di nuovo presente con tante novità…Non solo tecnologiche…Ma…Questo sarà oggetto di un prossimo articolo.

Craft brewers conference 2014

CBC 2010

Craft brewers conference 2014

CBC 2011

Per “pastorizzazione” si intende il processo termico (combinazione di temperatura e tempo) attraverso il quale rendere inattivi i microrganismi potenzialmente patogeni contenuti nel prodotto ed aumentare quindi in tutta sicurezza la shelf-life del prodotto stesso.

Per “pastorizzazione” si intende il processo termico (combinazione di temperatura e tempo) attraverso il quale rendere inattivi i microrganismi potenzialmente patogeni contenuti nel prodotto ed aumentare quindi in tutta sicurezza la shelf-life del prodotto stesso.

Mentre le birre artigianali, che per loro natura hanno una distribuzione territoriale limitata e quindi tempi più brevi di fruizione del prodotto, in genere non richiedono la pastorizzazione, mantenendo il prodotto “vivo”, le birre prodotte su larga scala sono quasi sempre soggette a trattamento termico, che deve comunque essere il meno invasivo possibile, per salvaguardarne le caratteristiche organolettiche e nutrizionali.

La pastorizzazione flash pastorizza il prodotto che successivamente verrà confezionato in bottiglie di vetro, oppure pet oppure lattine oppure kegs per la distribuzione della birra alla spina. Il prodotto viene mantenuto per un tempo molto limitato ( tipicamente 20 sec) ad una temperatura di 71/72°C. Entrambi i parametri sono regolabili per raggiungere le unità di pastorizzazione richieste.

Uno scambiatore a piastre a 3 stadi provvede al riscaldamento ed al successivo raffreddamento del prodotto: il primo riscaldamento avviene prelevando calore dalla birra già pastorizzata, cui segue il riscaldamento fino alla temperatura di pastorizzazione impostata, la sosta termica, un primo raffreddamento (appunto in scambio termico con la birra non ancora pastorizzata) ed un raffreddamento finale.

Questo ciclo consente un recupero termico fino al 95%.

Il prodotto pastorizzato e raffreddato viene inviato ad un serbatoio di stoccaggio pressurizzato e da questo alla unità di riempimento.

La pastorizzazione in tunnel viene utilizzata sul prodotto precedentemente confezionato in bottiglie di vetro o lattine, quindi l’azione termica si applica anche al contenitore, al tappo o coperchio, ai gas contenuti nello spazio di testa.

La temperatura di pastorizzazione viene mantenuta intorno ai 62°C ed il tempo di ciclo intorno agli 8 minuti.

La temperatura del contenitore viene innalzata gradualmente con docce di acqua a temperatura crescente, mantenuta per il tempo previsto alla temperatura di pastorizzazione e poi gradualmente abbassata con docce di acqua a temperatura decrescente.

I bagni incrociati consentono di limitare il consumo energetico (l’acqua riscaldata dalle bottiglie in fase di raffreddamento viene usata per scaldare le bottiglie e viceversa).

COMAC produce flash pastorizzatori di capacità fino a 50.000 lph e pastorizzatori a tunnel a singolo o doppio piano in funzione della produzione oraria e del diametro del contenitore.

Vantiamo numerose installazioni in tutto il mondo.

Volete saperne di più? Contattateci, siamo a vostra disposizione per fornirvi ulteriori informazioni.

Una delle macchine Comac presentate al Drinktec 2013 e che ha ricevuto un ottimo successo e molti apprezzamenti soprattutto da parte dei piccoli produttori di birra artigianale che stanno valutando la possibilità di avvalersi di fusti one-way per commercializzare il loro prodotto.

Alta, snella, solida, dalle misure interessanti e facilmente gestibile. No, non sto parlando della fotomodella del momento, ma della macchina riempitrice per fusti one-way Comac mod. 1T-OW: monotesta, semiautomatica, atta al riempimento dall’alto di fusti one-way in plastica, con una resa nominale fino a 40 fusti/ora da 24 L di capacità.

Una delle macchine Comac presentate al Drinktec 2013 e che ha ricevuto un ottimo successo e molti apprezzamenti soprattutto da parte dei piccoli produttori di birra artigianale che stanno valutando la possibilità di avvalersi di fusti one-way per commercializzare il loro prodotto.

Questa macchina ha delle misure interessanti che ne permettono una facile collocazione anche in spazi ridotti: infatti è lunga mm. 850 circa, larga mm. 780 circa, alta mm. 2.000 circa e vuota pesa Kg. 250 circa.

E’ decisamente robusta grazie alla sua struttura portante in acciaio inox AISI 304 ed è dotata di piedi regolabili in altezza.

Questa macchina, grazie alla sua carteratura, è molto sicura e protegge l’operatore da eventuali schizzi e difetti di produzione del fusto.

Il tempo per il totale ciclo di riempimento di un fusto, calcolato dal posizionamento manuale dello stesso sul piano d’appoggio, passando per le diverse fasi di pulizia e riempimento fino al suo scarico manuale, è di circa 80 secondi il che permette di riempire all’incirca 40 fusti one way all’ora. Il fusto viene riempito dall’alto per evitare l’operazione di ribaltamento e, su richiesta, è possibile dotare la struttura di un’apertura laterale alla quale appoggiare un nastro trasportatore per permettere di estrarre manualmente e lateralmente i fusti.

Dal momento che il fusto non necessita di essere lavato all’interno prima di essere riempito, questa macchina è dotata di un solo serbatoio che viene utilizzato come contenitore dell’acqua calda per lavare la bocca del fusto e per eseguire il ciclo di lavaggio della macchina stessa, il CIP Cleaning in Place, in un secondo momento.

Per maggiori informazioni sia tecniche che commerciali, non esitate a contattarci: siamo a vostra disposizione!

 
Categoria: Curiosità
La stampa delle etichette: una storia lunga 400 anni

Le etichette sono uno degli strumenti di comunicazione più importanti che un prodotto possa utilizzare per promuovere se stesso e farsi riconoscere in mezzo ad altri cento. Un ruolo, quello giocato da questo strumento di pubblicità, sul quale proprio non si discute.

 

Ma quando sono nate realmente le etichette e come si è evoluto negli anni il loro processo di stampa?

 

La prima stampa di etichette che si ricordi risale a circa 400 anni fa quando, utilizzando timbri in rilievo -realizzati in metallo o legno– s’incideva ogni sorta di immagine o carattere su carta rigorosamente fatta a mano. Per intenderci, le prime etichette venivano realizzate con un processo di stampa molto simile al funzionamento delle vecchie macchine da scrivere che hanno occupato per anni le nostre scrivanie.

 

Una tecnica tanto rudimentale quanto affascinante, nata dall’intuizione del padre della stampa tipografica: Johann Gutenberg.

 

La stampa delle etichette: una storia lunga 400 anni

 

Bisogna però attendere l’arrivo della Rivoluzione Industriale per assistere ad un vero e proprio cambiamento nell’industria della stampa di etichette.

 

Con l’inizio del XIX e grazie al contributo di Robert Barclay nasce, infatti, il tuttora noto processo di stampa offset. Una tecnica che prende spunto dalla litografia e realizzabile grazie all’utilizzo di cilindri a contatto che trasferiscono l’inchiostro sulla carta passando attraverso un componente dell’impianto denominato caucciù. 

Si tratta di un cambiamento che, assieme alla realizzazione meccanica della carta, non solo ha velocizzato tutto il settore dello stampaggio delle etichette, ma ha anche portato ad un evidente miglioramento della qualità di stampa e favorito l’evoluzione: nel corso del secolo si vedono apparire, infatti, anche le prime carte patinate e le prime stampe a colori.

 

È l’inizio dell’industria delle etichette come strumento di marketing.

 

Vengono applicate su scatole di sigari e fiammiferi, bagagli, prodotti farmaceutici, su bottiglie di vetro. Nessuno è più disposto a rinunciare a questo nuovo concetto di packaging.

 

Siamo nel 1900 invece quando fanno capolino le prime etichette autoadesive prodotte in rotoli. Per l’epoca si tratta di una vera e propria rivoluzione che arriva a conquistare circa il 40% del mercato europeo.

 

Con le etichette autoadesive, gli inchiostri UV, la stampa a caldo e con le prime macchine stampanti dedicate, le imprese sono in grado di incidere su carta ogni tipo di immagine, colore e carattere, accorciando i tempi di realizzazione e stampando a prezzi più competitivi.

 

Ma è il Nuovo Millennio a decretare l’ascesa della tecnica di stampa più rivoluzionaria della storia: la stampa digitale. Una tecnica che, tra tecnologie elettrofotografiche e a toner secco, tecnologie UV e inkjet a base d’acqua ha portato a ciò che oggi rappresenta l’evoluzione del prossimo futuro: la possibilità di stampare direttamente su vetro, plastica e altri materiali.

 

Una scelta ecologica che permette di eliminare totalmente l’utilizzo di carta, nonché di ridurre l’inquinamento ambientale dovuto allo smaltimento di colle e altri materiali industriali e che consente, allo stesso tempo, un evidente risparmio economico.

 

Lo hanno già capito i grandi brand vedi le nuove bottiglie di birra Heineken– che stanno abbandonando la stampa su etichette tradizionale per adottare invece la più vantaggiosa stampa diretta su vetro!

 

Vogliamo seguire il loro esempio?

 

La stampa delle etichette: una storia lunga 400 anni

Una macchina che consente il confezionamento di bevande in lattina di qualsiasi formato, in alluminio, in acciaio e a banda stagnata.

 

La riempitrice per lattine can filler modello 8-1 è stata studiata per imbottigliatori che, nonostante le piccole produzioni, vogliono affrontare per la prima volta il mercato delle bevande in lattina, con un impiego che garantisca la qualità totale del prodotto.

Questo impianto, di tipo isobarico, è adatto al riempimento della birra fredda o a temperatura ambiente tuttavia può essere utilizzato anche per riempire bibite non gasate.

La tecnologia applicata garantisce, da rilevamenti di laboratorio, un bassissimo arricchimento di ossigeno della birra durante la fase di riempimento: ciò è comprovato anche da analisi che vengono normalmente eseguite durante la fase di start-up dell’impianto stesso con strumentazioni elettroniche certificate che asseverano la veridicità dei valori dichiarati.

Il collettore centrale di distribuzione del prodotto è realizzato con un rivestimento in ceramica che assicura una durata maggiore delle tenute senza interventi di manutenzione per anni.

La aggraffatrice installata è realizzata con un basamento in fusione AISI 316: si tratta di una struttura molto robusta che garantisce alta affidabilità nel tempo assicurando una chiusura ermetica perfetta per un sicuro mantenimento della qualità del prodotto riempito.

La preferenza accordataci dai più famosi craft-brewers americani testimonia la qualità del prodotto Comac.

Vuoi maggiorni informazioni sulla riempitrice per lattine can filler modello 8-1? Visita la pagina dedicata ai nostri impianti automatici fino a 4000 CPH!

Can VS Bottle

Lattina o bottiglia? Bella domanda.

 

Uno dei temi che ha sempre diviso l’opinione di consumatori e produttori di birra (e altre bevande) è proprio questo.

E, chiaramente, le risposte cambiano a seconda dei punti di vista.

 

Ad esempio, il microbirrificio potrebbe sostenere che la bottiglia di vetro è il suo segno di riconoscimento, il consumatore, al contrario, potrebbe asserire che non rinuncerebbe mai al gesto tipico dell’apertura di  una lattina di birra facendo leva sulla linguetta.

 

 

Dove sta la verità?

Bottiglia

A prima vista, diremmo che non c’è una risposta univoca. In realtà invece, recentemente, microbirrifici e produttori di birra in generale, si stanno muovendo verso una direzione ben precisa. Vediamo quale.

 

Le bottiglie in vetro, da sempre sono il contenitore ideale e insostituibile delle bevande alcoliche e non: il solo pensiero di una birra gelata in bottiglia, durante una giornata torrida, fa venire l’acquolina in bocca.

 

Facilmente riciclabile, igienico e meno dispendioso da realizzare (si consideri che, con la stessa energia utilizzata per produrre una lattina da 33 cl, si possono realizzare ben due bottiglie), il vetro è stato per molto tempo il materiale preferito per il confezionamento delle bevande.

 

Al contempo però, svantaggi quali la fragilità del materiale, la difficoltà di trasportare le bottiglie in vetro e, soprattutto, la maggiore esposizione della birra alle fonti di luce e calore, sembrano aver convinto molti birrifici e microbirrifici a ripensare ai propri sistemi di packaging.

 

Senza contare i costi. I microbirrifici che producono birra in bottiglia devono sostenere maggiori investimenti sia in termini di etichettatura sia di trasporto (il vetro, che ha un peso maggiore rispetto a una lattina in alluminio, ha dei costi di movimentazione superiori).

 

 

Ecco quindi che entra in scena la lattina.

In passato era criticata sia in termini di costi di produzione che di smaltimento, per non parlare del luogo comune che favoleggia di un gusto metallico che l’alluminio sarebbe in grado di lasciare.

 

A dimostrare che questo problema è ormai superato ci sono i nuovi rivestimenti interni delle lattine stesse, ma anche diversi test e degustazioni che continuano ad evidenziare come non vi sia differenza di gusto tra una birra in lattina e una in bottiglia.

 

Negli USA, paese da cui è partito il fenomeno dei microbirrifici, la tendenza, da alcuni anni a questa parte, è verso le lattine anche perché “bottles are not good for river trips “ (le bottiglie non vanno bene per gite sul fiume), sottolinea Dave Welz della  Ska Brewing, Colorado.

 

 

Quali sono quindi i veri vantaggi di una lattina in alluminio?

Lattina

Tanto per iniziare, le lattine, a differenza del vetro, sono una sorta di contenitore ermetico che consente alla birra di raffreddarsi in tempi più brevi.

 

In secondo luogo, permettono di proteggere la bevanda alcolica dalle fonti di calore e dalla formazione di ossigeno garantendone una conservazione inalterata del gusto.

 

Inoltre la lattina protegge la birra dalla luce che risulta essere negativa e distruttiva di quegli aspetti organolettici che caratterizzano quei tipici aromi per cui tutti impazzano.

 

Inoltre, secondo alcuni produttori americani, la doppia aggraffatura della lattina garantisce una maggiore tenuta ed impedisce il contatto con l’aria, il nemico numero uno della deliziosa birra.

 

Per i motivi appena elencati e per quelli economici che abbiamo detto prima (con le lattine si risparmia sia nei costi di trasporto che di etichettatura), molti microbirrifici sembrano andare proprio verso questa direzione.

 

Si pensi che nel 2002 il microbirrificio Pale Ale di Dale e altri produttori di birra artigianale hanno scelto di produrre esclusivamente birra in lattina.

 

Ne abbiamo avuto anche una diretta testimonianza al Drinktech 2013, dove la nostra macchina per lattine, modello 8-1, presente in fiera, ha riscosso un grande successo di pubblico.

 

 

Interessante vero?
Ora però tocca a te: a quale non rinunceresti per nessun motivo al mondo? Alla birra in lattina o bottiglia?